Tutti presi dalla sindrome di Capitan Uncino

capitan_uncino_03 (600 x 408)L’hanno chiamata sindrome di Capitan Uncino, e consiste nell’uso di una sola mano, semplicemente perché l’altra è sempre impegnata con la sua protesi, che non è un uncino ma uno smartphone.  Lo so che sono ripetitiva e che forse ne ho già parlato proprio qui, sul blog, ma la conferma arriva da studi scientifici: siamo diventati telefono dipendenti e se negli Usa sembra che lo smartphone sia controllato in media 150 volte al giorno,  noi non siamo da meno. Uno studio sulla dipendenza dalla tecnologia dimostra chel’80% dei ragazzi intervistati guarda il telefono almeno una volta ogni ora, mentre il 72% sente la necessità di rispondere subito ai messaggi di testo. Il 77% dei genitori, infine, sostiene che i figli sono sempre distratti da qualche dispositivo elettronico.

Ora, non è che i genitori possano lamentarsi dei figli, visto che sono i primi ad avere la sindrome da Capitan Uncino, peraltro, mi pare molto contagiosa, e a restare per ore attaccati al telefono: li vedi per strada, in auto, sui mezzi pubblici, sembra sempre che si tratti di vita o di morte.

Del resto ormai non c’è dubbio: lo smartphone ricopre alcune funzioni psicologiche ben definite.

Permette infatti di regolare  la distanza nelle relazioni, cioè di tenere lontano chi non ci piace e allo stesso tempo di raggiungere all’istante le persone che vogliamo sentire. Il problema è che a me sembra che siano molte di più quelle che si tengono alla larga e  alla fine il telefono finisce col sostituire del tutto i rapporti umani. Il fatto che lo smartphone sia diventato il centro della nostra esistenza (dico nostra  tanto per dire, dato che io non ho più volutamente nemmeno le mail sul cellulare, figuriamoci Facebook, Instagram e altre cose del genere) è davvero preoccupante: gli esperti dicono che serve a mitigare la depressione e a darci l’illusione di poter controllare la realtà che ci circonda. Illusione, appunto: non sarebbe meglio semplicemente vivere?

 

 

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La Zitella
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Elisabetta Colombo è una giornalista professionista con una lunga esperienza maturata su più fronti: ha collaborato con diversi femminili, con riviste di architettura e di economia, si occupa di arte e di viaggi. Lavora per un quotidiano, ma la curiosità la spinge sempre verso nuovi campi da esplorare. E quindi perché non un blog, dove raccontare, raccontarsi e aprirsi a inedite conversazioni?

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